
La nuova tecnologia ti sfida. Impara a scegliere il tuo lavoro.
Intervista con Alberto Mattiello, Head of Future Thinking in Wunderman Thompson, a cura di Sara Giunta
da ipsamagazine.it
Accordo tra Lum Enterprise di Bari e il MIT di Boston per la digitalizzazione delle imprese del Sud
Intervista al prof. Antonello Garzoni di Sara Giunta
da ipsamagazine.it
Il “Festival del futuro – World Future Forum”, il 16 e 17 novembre a Verona 2019
Video intervista a Luigi Consiglio, ideatore del Festival del Futuro, a cura di Sara Giunta
da ipsamagazine.it
Il Web Marketing Festival Lab 2019
Intervista di Sara Giunta a Cosmano Lombardo, ideatore e creatore del Web Marketing Festival, Founder e CEO Search On Media Group.
da ipsamagazine.it
- Con il WMF LAB_Change Education siete divenuti parte attiva della Coalizione Digital Skills and Job dell’UE. Quali sono gli obiettivi della Coalizione?
La coalizione è un progetto dell’Unione Europea che punta a garantire le adeguate competenze ai cittadini dell’Unione e limitare l’analfabetismo digitale per soddisfare l’elevata domanda di tali skills, essenziali nella società e nell’economia digitale di oggi. La Coalizione raggruppa circa 350 partner tra cui Cisco, Google, Microsoft e Oracle. Il nostro programma è nato quattro anni fa. Essere stati accolti nella Coalizione è il riconoscimento della qualità del nostro lavoro.
- Come nasce il progetto Change Education?
Da un’esigenza che da studente universitario ho vissuto in prima persona. Fino alle scuole superiori avevo sempre avuto la fortuna di studiare e lavorare contemporaneamente, potevo così applicare ciò che apprendevo sui banchi di scuola poi quotidianamente nella vita “reale”. L’ingresso nel mondo universitario è stato invece segnato per me dalla difficoltà di coniugare scuola e lavoro. C’era sempre poco tempo e mai l’opportunità di fare “un lavoretto “attinente a ciò che stavo studiando. Allora ho deciso anni fa, insieme a Giorgio Taverniti e Andrea Pernici, di avviare percorsi che consentissero a studenti di avvicinarsi al mondo del lavoro, alle competenze (certamente digital, ma non solo) che oggi ogni azienda richiede.
L’obiettivo del progetto è quello di connettere giovani e gli studenti con un mercato del lavoro sempre più digital oriented. Si compone di molte iniziative, fra cui appunto Il Web Marketing Festival Lab (WMF Lab), realizzate in collaborazione con istituti, università, scuole ed enti locali di tutta Italia. E’ un progetto educativo-formativo altamente pratico e operativo, fatto di attività che avvicinano i giovani alle nuove professioni e agli strumenti tecnologici e digitali che le caratterizzano.
Prima di tutto, però, è un progetto che vuole aiutare i giovani a sviluppare un nuovo mindset.
- Quali gli obiettivi e le modalità realizzative del WMF Lab?
Il laboratorio coinvolge più di 25 tra istituti e università in tutta Italia e ha l’obiettivo specifico di orientare gli studenti verso la cultura dell’imprenditorialità e di fornir loro le competenze digitali che sono alla base di ogni nuova professione. Il lavoro dura un intero anno accademico e prevede due macro-filoni di attività. A gestirli sono i nostri team di formatori ed educatori ed esperti di tecnologie digitali.
Un team lavora sulle hard skills, le digital appunto, attraverso un ciclo di workshop e incontri che mi piace definire “operativi”. Un altro team coinvolge gli studenti che hanno il desiderio di cimentarsi in un percorso che li veda esprimere le proprie capacità e attitudini imprenditoriali. Questo è il percorso della Start Up Competition Young che accompagna i gruppi di lavoro dal disegno del concept al business model e che ha nel festival il suo momento finale.
- Come vi mettete in rapporto con gli studenti?
Ogni anno lanciamo una call alle scuole e alle università. I ragazzi possono scegliere fra le varie sfide. Le principali challenge sono relative ai temi sociali, in linea con la mission del festival. Lanciamo, quindi, sfide che producano idee che siano in grado di generare impatto sociale nelle comunità di riferimento. Non prescindiamo però dagli interessi specifici che raccogliamo in fase iniziale.
La formazione di gruppi e dei sottogruppi di lavoro avviene quindi sulla base della scelta della tematica e degli interessi. Ciò che ci preoccupiamo sempre di fare è garantire una composizione dei gruppi quanto più eterogenea e trasversale possibile.
- Quale è il tratto distintivo dell’edizione 2019 del Lab? Qualche dettaglio su cosa accadrà?
Quest’anno il trend topic è “la società inclusiva”, intesa come accessibilità (resa possibile appunto dalle tecnologie) e integrazione. Su questo, fornisco una piccola anticipazione, durante il Festival verrà proiettato un cortometraggio sul caso Riace. I giovani che hanno lavorato a questo tema hanno realizzato la campagna di comunicazione del corto.
- Come risponde il mondo della scuola e quello accademico?
In molti casi entriamo in contatto con scuole e dipartimenti universitari grazie al nostro network. Complessivamente le nostre attività ricevono una bella accoglienza ma bisogna dire che purtroppo non vi è una significativa partecipazione attiva da parte dei docenti e del sistema scolastico/accademico in generale. Il rapporto con università, in particolar modo, è difficile e complicato. Non per questo ci fermiamo.
La cosa che ci rende più orgogliosi è il legame che manteniamo con i giovani che negli anni partecipano alle iniziative del programma. In tanti attraverso l’attività laboratoriale, entrano a far parte della nostra community, per cui rimangono in contatto con noi e il nostro network. Molti di loro sono entrati a far parte del nostro team.
- Quale è la motivazione alla base del vostro impegno?
Facciamo tutto questo per responsabilità sociale di impresa. Il risultato che abbiamo più a cuore è il feedback che ci arriva dai giovani che anche grazie al nostro supporto ci raccontano di aver una nuova visione, con maggior speranza, del contesto e soprattutto di se stessi.
HackaMOL2019: il contest per chi si sfida a suon di Artificial Intelligence e Machine Learning
Intervista di Sara Giunta a Iacopo Ghisio (Responsabile IT Management BPO Division) e Stefano Carta (Deputy CEO) di Gruppo MutuiOnline
da ipsamagazine.it
- Si è svolta da poco tempo la 2° edizione di HackaMOL, prima di addentrarci nell’iniziativa vogliamo conoscere meglio il vostro Gruppo. Sappiamo che l’idea della vostra impresa nasce tra le aule del Massachusetts Institute of Technology nel 1996, come questa genesi ha caratterizzato e caratterizza tuttora la vostra società? Quale è il vostro tratto distintivo?
Stefano Carta: “Il nostro tratto distintivo credo stia nel ricercare l’innovazione e nell’avere la spinta imprenditoriale per realizzarla. Nel mio speech introduttivo all’HackaMOL ho descritto il nostro Gruppo come la prima (e più longeva) fintech italiana, proprio perché dal 2000 utilizziamo la tecnologia per fornire servizi finanziari in maniera innovativa e alternativa ai metodi tradizionali. Sicuramente molto di questo approccio è scritto nel nostro DNA: la storia del Gruppo MutuiOnline è infatti quella della “start-up all’americana”, dove due giovani brillanti, armati di un’idea innovativa (rivoluzionare il modo in cui un cliente sceglie un mutuo e quello in cui la banca lo istruisce), scrivono un business plan, fondano una azienda, convincono degli investitori e portano poi l’idea al successo, alla quotazione in borsa e alla crescita successiva. Questo spirito imprenditoriale e innovativo non ci ha mai abbandonato, anche grazie al fatto che i due fondatori sono ancora fortemente presenti nella gestione del Gruppo. Quest’anno abbiamo creato l’Innovation Center, in cui abbiamo raccolto tutti i nostri talenti che si occupano di innovazione, da quella di processo a quella tecnologia, passando per la Robotic Process Automation, l’Intelligenza Artificiale e il Machine Learning; è all’interno dell’Innovation Center che è nata questa edizione dell’HackaMOL.”
- Come definireste il vostro rapporto con le nuove generazioni?
Iacopo Ghisio: “Il rapporto con le nuove generazioni è sempre conflittuale e noi non possiamo far altro che confermare. Siamo una realtà bancaria / finanziaria quindi lenta e noiosa con tecnologie vecchie… ah no! Questo è quello che si pensa in generale. Vogliamo cogliere le opportunità di un mercato in costante crescita e che sempre più guarda alle start-up come all’unico modo per fare cose innovative, dinamiche e tecnologicamente avanzate. Per questo motivo, noi dell’Innovation Center rappresentiamo una start-up all’interno di un’azienda solida e capace di rischiare ed investire in conoscenza e tecnologia, ma con la capacità assodata di creare solide basi per il futuro. Stiamo cercando le nuove generazioni da far crescere con mente imprenditoriale in modo che sappiano darci una mano una volta raggiunta la maturità lavorativa.”
- Quali sono oggi i trend più rilevanti nel vostro settore, quali impatti l’innovazione tecnologica ha e avrà ancora sulle professioni dei settori bancario e finanziario?
Stefano Carta: “Siamo convinti che la tecnologia continuerà ad essere un driver sempre più importante nell’evoluzione dei servizi finanziari, anche grazie all’impatto della normativa, che ha da un lato l’effetto di aprire a nuove opportunità e dall’altro di chiedere sempre più affidabilità e solidità dei sistemi; noi abbiamo deciso di reagire a questi trend aumentando ancora di più il nostro investimento in tecnologia e rendendo le nostre piattaforme modulari, in grado cioè di poter rispondere a tutte le esigenze del cliente, dall’erogazione di un singolo servizio al full outsourcing, passando per l’integrazione con fintech esterne. In questo contesto, certamente è aumentata la nostra ricerca di profili tecnologici che si affianchino alle fortissime professionalità lato prodotto: se siamo in grado di sviluppare la migliore piattaforma di mercato per la gestione dei mutui o della cessione del quinto, è perché siamo guidati nello sviluppo dai nostri professionisti che ormai da due decenni ci aiutano a essere i più bravi del mercato nell’erogazione di questi servizi.”
Iacopo Ghisio: “Tutto il nostro business si regge sulle gambe di forte imprenditorialità coadiuvata da una passione per la tecnologia. Spesso ci troviamo di fronte a giovani che cercano di capire come muoversi nel mondo del lavoro e ai quali stiamo cercando di insegnare ad usare gli strumenti giusti; sovente però ci troviamo di fronte a persone capaci, volenterose e che, salvo poche eccezioni, non hanno ancora imparato a stare tecnologicamente in piedi da sole. L’università da sola non basta per cui stiamo cercando di collaborare con essa sin dai primi corsi, in modo da suggerire quali siano le pratiche migliori da insegnare per aumentare il grip di apprendimento ed utilizzare immediatamente il potenziale degli studenti. L’università ha necessariamente bisogno di collaborare con le aziende, e su questo certamente l’Università di Cagliari sta facendo un ottimo lavoro.”
- Parlando di HackaMOL. Come nasce l’idea di questa iniziativa? Quali gli obiettivi, la natura e le finalità?
Iacopo Ghisio: “L’idea nacque a fine estate 2017 quando annaspavo nei CV ed usavo LinkedIn come principale strumento di lavoro per selezionare e creare il team di Artificial Intelligence and Machine Learning. Dovevamo fare qualcosa per spiegare alla gente che non siamo un call center, non siamo il back office di una banca; dovevamo “far uscire” la nostra competenza tecnologica e spiegare che stavamo cercando di ampliare il nostro know-how ed entrare in un ecosistema florido alla ricerca di nuovi talenti. La prima edizione ci ha visto scommettere su un tema sociale, ovvero la previsione degli incendi in Sardegna, sfruttando tecnologie di Machine Learning e collaborando con 3 università italiane. La nostra seconda edizione di HackaMOL si è invece incentrata su un tema di puro sviluppo di un prodotto informatico facendo leva sia sull’Intelligenza Artificiale che su Robotic Process Automation. Lo scopo ultimo è farci conoscere e riconoscere come un polo tecnologicamente avanzato, in particolare nell’ecosistema sardo, dato che in Sardegna abbiamo strategicamente deciso di posizionare il cuore dell’Innovation Center.”
- Cosa avviene esattamente nelle 30 ore di lavoro dei team? In che modo, con quali metodologie e strumenti, accompagnate i loro lavori dalla fase di ideazione alla presentazione dell’idea progettuale?
Iacopo Ghisio: “Normalmente la maratona inizia con talk a tema innovativo fortemente connesso con la problematica da trattare. Lasciamo ampio spazio alle idee senza confinare i partecipanti in tecnologie specifiche o tool di nostro interesse. Tutti hanno modo di collaborare sfruttando al massimo le proprie competenze, all’interno di un team che si crea in loco oppure ci si “porta da casa”. I nostri esperti del settore sono sempre tra i tavoli per seguire i team e dissipare i dubbi… oltre che per mettere al fresco i PC che si surriscaldano (si, è successo anche questo!). Durante il tempo a disposizione i partecipanti possono collaborare, svagarsi, fare network, per portarsi a casa il risultato dell’evento ed eventualmente pianificare il loro passo futuro.”
- Quale è il vostro bilancio su entrambe le edizioni? Quali i risultati raggiunti ad oggi in entrambe le edizioni dei quali siete maggiormente soddisfatti?
Stefano Carta: “Siamo molto contenti di queste due edizioni e del loro valore all’interno della strategia complessiva di mantenere vivo il contatto con l’ecosistema tecnologico della regione. L’HackaMOL non è solo un evento esterno ma un momento di grande consapevolezza aziendale: a questa edizione hanno partecipato circa 70 colleghi nei vari ruoli di organizzazione, speech, supporto tecnologico, campioni di calcio balilla… ecco, ritengo che questa “mescolanza” di colleghi di tanti dipartimenti e di giovani talenti tecnologici che si mettono in gioco sia il risultato di cui andare maggiormente fieri.”
- Oltre ai premi in denaro per i migliori talenti vi è anche la possibilità di sviluppare le soluzioni direttamente in azienda. Come è andata quindi la fase del post contest?
Iacopo Ghisio: “Dopo la seconda edizione ci stiamo portando avanti con il progetto sviluppato che diventerà una soluzione realmente funzionante in azienda; abbiamo ricevuto manifestazione di interesse e siamo in aperto dialogo con alcuni dei partecipanti perché ci aiutino a portarlo avanti. Inoltre, alcune delle idee sviluppate durante l’evento saranno effettivamente inglobate nella soluzione finale. Naturalmente, la realizzazione di un software di produzione richiederà qualche tempo in più rispetto a quello concesso all’HackaMOL…”
- Per le prossime edizioni cosa dovremo aspettarci? Vi saranno novità?
Stefano Carta: “Stiamo già lavorando alla prossima edizione, certamente potete aspettarvi che cercheremo di essere sempre sulla frontiera dell’innovazione “pragmatica” (cioè applicabile a una opportunità vera, che leggiamo nel mercato), e che faremo rumore…”
- Concludendo, per fare innovazione occorrono di certo competenze tecniche, idee e creatività ma quali altre Human Skills, dalla vostra esperienza, sono indispensabili per trovare soluzioni sempre più innovative che rispondano alle sempre nuove esigenze delle persone e del mercato? Su quali suggerireste ai giovani di concentrarsi?
Iacopo Ghisio: “La voglia di fare è certamente la prima, la capacità di dialogo e di interazione la seconda; per finire una buona dose di creatività, pensiero laterale ed ottimismo. Senza di queste anche un genio tecnologico rimane nel proprio garage.”
Stefano Carta: “Iacopo ha centrato perfettamente la descrizione, aggiungo solo il valore della diversità: poter mettere in un team di progetto un esperto di prodotto, una data scientist, una sviluppatrice software, un commerciale e un ingegnere di processo crea dei livelli di qualità creativa ineguagliabili.”
Visti da vicino. L’ “Impresa in azione” di Junior Achievement Italia
Alcune considerazioni sull’evento di Milano di Sara Giunta
da ipsamagazine.it
Il 17 Maggio si è svolta a Milano una delle tappe regionali del programma “Impresa in azione” di Junior Achievement Italia (JA Italia) che ha visto circa 1000 studenti delle scuole superiori di Veneto e Lombardia gareggiare per aggiudicarsi la possibilità di concorrere alla finale nazionale che si svolgerà a Biz Factory a Milano nei giorni 3 e 4 giugno.
È stata l’occasione per conoscere da vicino una realtà globale che quest’anno festeggia i suoi 100 anni di attività. Junior Achievement (JA) è infatti un network globale presente in 120 paesi nel mondo ed è la più vasta organizzazione non profit al mondo che prepara i giovani all’imprenditorialità. JA in Italia, dove è presente dal 2002, è stata in grado di coinvolgere in questi anni più di 6000 insegnanti, 5000 esperti e più di 300.000 studenti di scuole superiori e università.
“Impresa in azione” è una delle proposte didattiche di JA Italia, dedicata alla scuola secondaria di II grado, altre si rivolgono alla scuola primaria e alla secondaria di primo grado.
A prescindere dal target di riferimento, vi sono però due elementi trasversali all’intera offerta di JA Italia. Il primo è che tutti i programmi sono gratuiti, grazie al supporto di organizzazioni e di aziende che, investendo in termini di responsabilità sociale di impresa (specie grazie all’istituto del volontariato aziendale), rendono possibile la realizzazione delle iniziative. Il secondo elemento è che tutte si rifanno ad una metodologia globale che vede l’uso di modelli di apprendimento esperienziale e cooperativo che creano delle vere e proprie comunità di apprendimento composte da esperti d’azienda (dream coach), docenti e studenti.
Tutti loro vengono prima “abilitati” attraverso percorsi formativi in presenza e on line e poi crescono e imparano insieme attraverso momenti di sperimentazione di attività imprenditoriali reali. Il “dispositivo” globale viene però sempre declinato sulla specificità del territorio, condizione necessaria, per rispondere in maniera specifica alle esigenze di sviluppo e di formazione delle comunità di apprendimento locali. Perché di certo da anni si parla di innovazione didattica e di programmi di sviluppo dell’imprenditorialità ad integrazione di percorsi di formazione formali, ma se questi sono già una realtà per molti giovani europei, per i quali sono obbligatori da tempo già nei curricula scolastici, molto lavoro rimane ancora da fare agli studenti italiani per allineare il proprio livello di competenze. In Italia, quindi, JA rende più rilevante il ruolo del dream coach chiamato ad ispirare docenti e studenti e che nel resto dei paesi JA è, invece, quasi scomparso almeno come “figura istituzionale”, il suo ruolo e la sua funzione sono già stati integrati nel sistema e rappresentano carattere distintivo di ogni attore coinvolto.
Tornando a venerdì. Facile immaginare l’emozione che più di 1000 giovani riescono a suscitare animando e riempiendo di idee ed energia gli enormi spazi di MegaWatt Court di Milano. Lo scenario era fortemente suggestivo: 40 stand presidiati da giovani team di ogni mini-impresa in gara, con tanto di loghi, prototipi in mostra, supporti multimediali e demo. E’ apparso subito chiaro però che anche la suggestione dell’evento fosse frutto di duro lavoro di preparazione. Esattamente un anno di lavoro. L’edizione “impresa in azione” nell’anno 2018/2019 ha visto impegnati in 1,4 milioni di ore di formazione (in presenza e on line) ben 14.000 studenti, 900 docenti e 500 dream coach per la creazione di 700 mini-imprese (che hanno lavorato dal concept dell’idea alla fase del go to market).
C’è in particolare un elemento della visione che è alla base del programma che merita di essere sottolineato: la grande attenzione alla misurazione dell’impatto sociale che si vuole creare e ai risultati perseguiti in termini di sviluppo di competenze distintive e quindi di occupabilità futura dei giovani studenti coinvolti.
Su più ambiti JA Italia, infatti, ha avviato da tempo processi di misurazione dello SROI (Social Return on Investment).
Segnaliamo alcuni tra i dati emersi: 20% è la percentuale di giovani che durante gli anni del diploma ha vissuto programmi JA e che nell’arco di 10 anni dal diploma ha avviato un’attività in proprio; il 2,5% di tasso di abbandono scolastico nelle “scuole JA Italia” sul quale appaiono esercitare una certa influenza proprio i programmi come “impresa in azione”; più di 4 euro (per ogni euro speso) di ritorno dell’investimento per le aziende sostenitrici dei programmi.
Sul fronte della certificazione dello sviluppo di competenze, “Impresa in azione” è un programma accreditato dalla commissione Europea come “la più efficace strategia di lungo periodo per la crescita e l’occupabilità dei giovani” e permette agli studenti coinvolti di ottenere la certificazione europea delle competenze imprenditoriali Entrepreneurial Skills Pass (ESP). La certificazione attesta il possesso di conoscenze teoriche e pratiche in ambito economico, finanziario e imprenditoriale. Il 70%: è la percentuale di giovani che, grazie ai programmi formativi di JA Italia, riesce a superare l’esame finale previsto e quindi ad ottenere la certificazione.
Appare evidente un continuo slancio di JA Italia a far sempre di più e sempre meglio e la consapevolezza che, nonostante gli ottimi risultati raggiunti, molto altro c’è da fare per arrivare ed essere d’aiuto a tutti i giovani studenti italiani e quanto sia urgente e necessaria una “chiamata di responsabilità condivisa” per promuovere iniziative come questa e altre che provano a colmare un vuoto che nessun attore, sia esso pubblico o privato, da solo può, ormai, pensare di affrontare.
I prossimi appuntamenti di JA Italia: vi sono ancora finali regionali da disputare. Poi sarà la volta della tappa nazionale di Milano. La mini-impresa vincitrice a Biz Factory rappresenterà l’Italia alla 30a JA Europe Company of the Year Competition, in programma a Lille, in Francia, il 3 e 4 luglio 2019.
Il valore dei dati. Il racconto di Cerved Next, evento dedicato alla data-driven economy
Intervista di Sara Giunta a Valerio Momoni, Marketing, Product and Business development Director di Cerved Group S.p.A.
da ipsamagazine.it
- Si è svolta da poco tempo la 2° edizione di Cerved Next, l’evento da voi organizzato in collaborazione con IAB e ACMI e dedicato alla data-driven economy. Anche quest’anno è stato un successo: 3700 presenze, 40 speaker, 30 workshop e 7 corsi di formazione. Prima di addentrarci nell’iniziativa ci dice cosa è e di cosa si occupa Cerved?
Di Cerved si conosce più quello che fa che quello che è! Tutti sanno che ci occupiamo di dati. Noi siamo infatti una Data-Driven Company e, per usare un termine oggi forse fin troppo inflazionato, noi siamo i Big Data. Oggi la quasi totalità dei fenomeni economici, sociali e politici e le relative decisioni possono trovare nei dati un rilevante supporto. Il tema dei dati riguarda tutti, tutti vogliamo sapere verso dove andrà il futuro, vogliamo crescere e proteggerci dal rischio e la lettura e l’interpretazione dei dati, il loro uso potenziale, ci può aiutare a soddisfare questi bisogni che definirei quasi primordiali. Questa è la natura intima di Cerved che con il tempo è poi diventato un gruppo articolato.
Le imprese, le pubbliche amministrazioni e i liberi professionisti non possono più ignorare l’importanza dell’informazione “intelligente” e degli analitycs e in noi possono trovare un partner affidabile e solido. Ci rivolgiamo ad aziende di tutte le dimensioni e fra i nostri clienti vi sono moltissime PMI italiane. Uno dei nostri motti è “Cerved for Italy”.
Vogliamo aiutare l’economia, la società e la politica a far crescere il nostro sistema paese. Spesso infatti siamo percepiti come istituzione e come un operatore di sistema. Ci piace definirci un champion italiano.
- Parliamo di Cerved Next. Siete giunti alla seconda edizione. Come nasce l’idea di questa iniziativa? A quali bisogni risponde e quali sono gli obiettivi?
Con Cerved Next ci proponiamo di fare divulgazione. Portiamo in Italia cervelli da tutto il mondo che ci aiutano a stimolare domande e interrogativi sul futuro. L’evento ha l’obiettivo di aiutare a comprendere come dar valore ai dati. I dati crescono esponenzialmente secondo uno “scontato effetto wow”, ecco, con questo evento noi andiamo paradossalmente in direzione opposta. Mi spiego: proprio perché i dati sono pervasivi, così tanti e presenti in ogni momento della vita (non solo economica) anche l’intelligenza deve crescere esponenzialmente, per poterli prendere, maneggiare e per garantirne qualità. Bisogna che la nostra intelligenza cresca perché siano realmente utili per prendere decisioni, anche, per esempio, per il sistema politico. La crescita nel mondo sta avvenendo grazie all’innovazione legata alla data-driven economy, con Cerved Next noi mettiamo a disposizione del sistema paese un’occasione per comprendere questa innovazione e per fare le dovute riflessioni.
Siamo molto soddisfatti dei feedback ricevuti, più del 93% degli intervenuti ha dichiarato di averlo trovato un momento di crescita e confronto estremamente ricco e di voler ritornare il prossimo anno.
- Come lavorate per lo sviluppo di questa “intelligenza“?
Accanto all’attività di divulgazione realizzata proprio con Cerved Next abbiamo altre leve. La prima è “Cerved Know”, la nostra piattaforma. Da qualche anno abbiamo reso totalmente accessibile a chiunque questo strumento di knowledge su imprese, credito e data innovation. È anche lo strumento con il quale rimaniamo in contatto con la community che si riunisce intorno all’evento Next. È open perché ci interessa condividere la conoscenza. In Cerved non smettiamo mai di studiare e di osservare i dati, abbiamo un centro studi interno che alimenta la piattaforma con contenuti, pillole formative, tutorial. Attraverso questo strumento offriamo formazione gratuita ai nostri clienti, ma non solo, a tutte quelle realtà che non hanno la possibilità di rimanere aggiornate. Gli stessi report o altri più specifici sono messi a disposizione anche del mondo accademico e della ricerca. Riserviamo poi ai nostri clienti le attività della nostra Cerved Academy, su questa diciamo che ci siamo trovati la “mission in mano”. È stato inevitabile che nascesse perché i nostri clienti hanno bisogno di supporto per usare i servizi che mettiamo loro a disposizione e così li aiutiamo ad imparare a usarli. Le attività dell’Academy puntano sullo sviluppo di competenze core e di base che servono per usare i nostri servizi, ma molto spazio è anche riservato alla formazione su contenuti che se non si posseggono creano inevitabilmente un freno alla spinta e alla crescita, tra i tanti il mondo della data science.
- Cerved Next prevede la realizzazione di due iniziative dedicate in particolare ai giovani. Ce le può raccontare?
Le iniziative per i giovani sono state un successo in entrambe le edizioni. All’interno dell’evento vi è infatti per loro la possibilità di partecipare a workshop di Cerved Academy, quindi a corsi sulla Gestione del Credito e Strategie di Marketing & Sales con professionisti del settore che, oltre alla loro competenza, hanno portato la loro esperienza sul campo. Poi vi è l’iniziativa di Cerved Next Campus rivolta a studenti e neolaureati che durante l’evento lavorano in gruppo su un caso concreto di business, affiancati da professionisti Cerved che valutano non il loro CV, ma il loro spirito di imprenditorialità, la loro capacità di ragionamento e le loro attitudini. Il miglior progetto e i membri del team vincitore “guadagnano” uno stage. Ciò che mi ha colpito in entrambe le occasioni è vedere tanta passione e tanta felicità nei giovani che hanno partecipato al campus e che hanno quindi vinto l’occasione di svolgere un’esperienza professionalizzante da noi. Vogliamo assolutamente continuare e, perché no, arricchire questa esperienza.
- Il vostro core ha naturale legame con l’innovazione tecnologica, le chiedo secondo lei quali sono gli impatti che l’innovazione tecnologica nel vostro settore ha sul mercato del lavoro e sul mondo della formazione. Ovvero, da un lato come stanno cambiando i “mestieri” e dall’altro, come i percorsi di formazione (formali e non) si stanno evolvendo o dovrebbero evolvere per preparare gli studenti (e non solo) alle opportunità del mercato del lavoro in questo settore?
Tutte le professioni che hanno a che fare con i dati e il service design sono oggi quelle necessarie e quelle sulle quali il mondo della scuola e della formazione dovrebbe puntare. Mi riferisco anche a metodologie e approcci quali il design e il visual thinking o il business modelling. Molti dei nostri clienti hanno cominciato a chiederci supporto per imparare ad usare queste metodologie insieme alle competenze più hard e legate appunto ai dati, ciò significa che hanno e avranno bisogno di assumere profili che abbiano dimestichezza con esse. In ultimo: la mia risposta romantica e personale è che la tecnologia e i dati potenziano gli individui, ma diventano sempre più distintive le competenze trasversali e di processo, quelle delle quali, appunto, le metodologie di cui sopra sono un’espressione. Oggi ciò che scandisce il tempo è “clock dell’innovazione”, è necessario abituarsi e gestire il nuovo ritmo, la velocità con la quale le innovazioni impattano sulla vita in generale, non solo sui mercati.
Per noi di Cerved questo vuol dire chiedersi continuamente come sarà il nostro nuovo utente, di cosa avrà bisogno, quale è la prossima sfida nella quale una Data- Driven company come la nostra può e deve fare la differenza per la vita delle persone.
Per rivivere la giornata e approfondire tutti gli speech ecco il sito ufficiale dell’evento.
“Share the code 2019” di ScuolaDigitaleTIM: verso la finale
Intervista di Sara Giunta a Massimo Avvisati.
da ipsamagazine.it
Come nasce “Share The Code”? Dopo un intenso anno scolastico fatto di workshop negli istituti secondari di I° grado di tutta Italia e tutorial online sui principali temi di educazione tecnologica, la volontà era quella di coinvolgere attivamente i ragazzi di tutta Italia invitandoli a mettersi alla prova con le tecnologie e le metodologie a cui ScuolaDigitaleTIM li ha avvicinati durante l’intera iniziativa attraverso un Contest.
Proprio come fanno i professionisti, che in vero spirito open source condividono continuamente i loro progetti digitali e tecnologici, allo stesso modo invitiamo i ragazzi a condividere la loro idea di Città Intelligente attraverso un progetto concreto. Per questo “Share the Code”.
Cosa ha guidato la scelta del tema del contest? l tema delle Smart Cities , nato dall’idea di TIM , è di sicura attualità, per questo lo abbiamo proposto ai ragazzi per spingerli a guardarsi intorno, a farsi domande sull’ambiente circostante, su ciò che vorrebbero migliorare negli spazi che frequentano ogni giorno, rendendoli più adatti alle loro esigenze grazie all’uso delle tecnologie.
E’ un tema molto ampio, che permette loro di esprimersi senza limitazioni e senza seguire schemi precostituiti. Insomma, ampio spazio alla creatività!
Quali particolari competenze e metodologie didattiche avete messo in campo per la progettazione dei percorsi di formazione (on line e off line) realizzati? Per entrambe le tipologie di percorso (il workshop in classe ed i tutorial online) abbiamo applicato i principi didattici legati al Creative Learning. Riteniamo che l’apprendimento debba passare attraverso la creazione di progetti significativi per i ragazzi e che chi fa educazione attraverso la tecnologia debba essenzialmente mettere a loro disposizione strumenti e conoscenze divertenti ed interessanti… il resto lo fanno i ragazzi stessi spinti dalla propria energia creativa. La principale differenza tra contenuto online ed offline è che in classe abbiamo potuto far lavorare i ragazzi in team andando a stimolare anche soft skill legate alla socialità, essenziali per lo sviluppo dell’individuo.
La giuria designata valuterà il livello di creatività, correttezza tecnica, aderenza al tema e capacità di storytelling dei progetti presentati. Ci aiuti a capire meglio i criteri di valutazione? Ad. esempio cosa intendete con creatività? Come la misurerete? Ovviamente alcuni parametri, come ad esempio l’attinenza al tema, sono più semplici da giudicare mentre altri, come la creatività, saranno più complessi da valutare. Ogni giurato avrà una sensibilità particolare per alcuni aspetti piuttosto che per altri. Personalmente ritengo che la creatività si misuri in base a quanto il partecipante si discosti dalle informazioni ricevute e dagli esempi fatti: è dall’evoluzione di idee e tecnologie esistenti che nasce l’innovazione!
Anche il remix in modo interessante e originale di concetti differenti è un fattore importante. Gli aspetti tecnici sono importanti ma passano decisamente in secondo piano rispetto all’originalità ed anche al modo di raccontare la propria esperienza. Non sarà un compito facile per noi giurati ma sono sicuro sarà molto divertente e soddisfacente!
Un messaggio per i giovani che devono ancora decidere se partecipare al contest: perché partecipare? che esperienza e opportunità vivranno?
Invito caldamente le ragazze e i ragazzi a “lanciarsi” in questa sfida: questo contest è un’ottima opportunità per mettersi alla prova su qualcosa di concreto ed al tempo stesso l’argomento e le regole permettono di scatenare la fantasia. Non importa quanto semplice o strana possa essere un’idea, l’importante è sperimentare ed essere originali. Ai genitori dico di supportare i propri figli in questa avventura: il futuro è degli innovatori che sperimentano e giocano con la realtà tecnologica e questa è l’occasione per vivere l’emozione di una sfida a misura di ragazzo/a.
C’è tempo fino al 19 Maggio per non perdere questa occasione!
A questa pagina web alcuni suggerimenti per partecipare al meglio e a questo link i video-tutorial dai quali poter prendere spunto.
“Giovani e lavoro” di Intesa San Paolo
Intervista di Sara Giunta a Paolo Bonassi, Responsabile Direzione Strategic Support di Intesa Sanpaolo
da ipsamagazine.it
Intesa Sanpaolo ha da poco tempo lanciato un programma formativo per l’inserimento di 5.000 giovani in cerca di occupazione tra i 18 e i 29 anni entro il 2021, il progetto “Giovani e Lavoro” che mette in relazione tre elementi fondamentali: la disoccupazione giovanile, le aree geografiche dove questa è più elevata e la richiesta di personale già formato da parte delle imprese. Partner del progetto Generation Italy, no profit fondata dalla McKinsey & Company nel 2015. Obiettivo: contribuire a ridurre il fenomeno della disoccupazione giovanile. Abbiamo approfondito la natura, gli obiettivi e le modalità realizzative del progetto con Paolo Bonassi, Responsabile Direzione Strategic Support di Intesa Sanpaolo.
L’attenzione ai giovani nel Piano di Impresa 2018-2021.
“Da anni siamo mossi dalla volontà di farci carico di temi sociali. Questa iniziativa, che nasce proprio per ispirazione del nostro CEO, insieme a molte altre, rientra in maniera integrata nel nostro Piano di Impresa e ha l’obiettivo di contribuire alla risoluzione di emergenze sociali come quella dell’occupazione giovanile. Noi crediamo che una banca debba concorrere alla crescita del paese e lo deve fare non solo attraverso il tradizionale modo di stare nel mercato, perseguendo quindi le proprie finalità di profitto. L’obiettivo è rendere la società più forte e coesa attraverso un miglioramento diffuso del benessere socio-economico delle persone e delle famiglie, riducendo le disuguaglianze specie in un momento storico come quello attuale.
Per noi è veramente importante farci carico di problemi sociali e lavorare in maniera sinergica e complementare con le istituzioni pubbliche con l’obiettivo di contribuire a potenziare la crescita e il benessere del paese.
Nel nostro Piano d’Impresa, quindi, molte iniziative che vanno in questa direzione consolidano una vocazione e la fanno diventare un obiettivo strategico. È così che integriamo obiettivi tradizionali e visione più ampia di crescita per la comunità e la società in cui operiamo. È una chiamata morale che va però oltre la mera filantropia, tutti sappiamo che i paesi più forti dal punto di vista sociale sono anche i più forti a livello economico.
Questa visione ci ha portati all’attenzione particolare verso i giovani, che rappresentano il futuro del nostro paese e il vero vantaggio competitivo di ogni società.”
Come partecipare: iter di selezione e durata dei percorsi.
“Questo progetto interesserà 5000 giovani, dai 18 ai 29 anni, in particolare coloro che faticano ad approcciare il mondo del lavoro. La selezione avviene in tre fasi durante le quali cerchiamo di verificare prerequisiti particolarmente importanti, quali quelli motivazionali e comportamentali. Per prima cosa i giovani interessati devono inviare la propria candidatura attraverso il portale dedicato; dopo aver concluso l’application sono chiamati a svolgere un test attitudinale on line. Superata la prima fase, vi è un test sul campo, studiato a seconda della posizione di destinazione prescelta. Sono tre, infatti, i profili professionali che saranno formati attraverso questo percorso: addetto alle vendite, specialista settore alberghiero/ristorazione, programmatore Java. Ad esempio, nel caso della posizione di addetto alle vendite chiediamo ai giovani di recarsi in un centro commerciale e di osservare con attenzione come è strutturato, quali le modalità di accoglienza dei clienti, la logistica e l’organizzazione dei servizi e di fornire quindi un’analisi rispetto ai punti di forza e debolezza dello stesso. Nella terza e ultima fase della selezione i giovani sono chiamati a sostenere un colloquio. Ogni step è selettivo. Una volta superato il colloquio si può accedere al corso di formazione. Il corso poi ha, coerentemente, durata variabile a seconda del profilo di destinazione. Dura tre settimane per gli addetti alle vendite, quattro per lo specialista del settore alberghiero e tre mesi per i futuri programmatori java. Al termine del percorso si svolgerà un career day in cui i ragazzi incontrano le aziende, con finalità di assunzione. “
Le logiche di costruzione: le esigenze da soddisfare.
“Con questo progetto affrontiamo il tema della disoccupazione giovanile sotto un duplice aspetto e con un doppio obiettivo: offrire ai giovani la possibilità di acquisire le giuste competenze e strumenti per entrare nel mondo del lavoro e, nel contempo, facilitare alle imprese il contatto con persone motivate e che abbiano già una formazione di base.
I primi dati dai quali siamo partiti sono il numero dei disoccupati e il numero di posizioni aperte per le quali le aziende fanno fatica a reperire le giuste persone. Noi godiamo di una rete capillare di imprese nostre clienti su tutto il territorio nazionale e questo ha reso possibile uno studio approfondito e diretto dei settori e delle aree geografiche più interessate da questa emergenza. È così che abbiamo definito i tre settori e le sei provincie sui quali iniziare a lavorare.
Abbiamo avuto molti colloqui con le imprese volti da un lato a conoscere la natura delle posizioni aperte e dall’altro a capire quale tipo di formazione fosse più utile fornire ai giovani coinvolti, su quali competenze soft e di base focalizzare il percorso.”
I percorsi di formazione: metodologie e modalità realizzative.
“Abbiamo scelto di gestire la formazione, dalla progettazione all’erogazione, con i nostri partner per avere la necessaria flessibilità che il progetto richiede. Abbiamo trovato in Generation Italy un perfetto allineamento di intenti e anche una perfetta complementarietà metodologica.
La formazione erogata ha natura fortemente operativa e pratica. Molte saranno infatti le simulazioni e le esercitazioni che impegneranno i giovani coinvolti, affrontando situazioni non dissimili dal vero in un contesto non reale ma decisamente realistico. Sarà un vero percorso che testerà la motivazione dei ragazzi, un’occasione per loro di fare una riflessione su di sé e avrà anche il risultato di orientarli e di fargli comprendere se quella professione è realmente quella che vorranno intraprendere in futuro. Si lavorerà molto anche su aspetti personali, su quelle caratteristiche che, anche da ciò che le aziende ci hanno raccontato, sono divenute sempre più preziose: la proattività, la capacità di lavorare in team, di risolvere problemi senza dimenticare aspetti che sembrano “soft” ma altrettanto importanti”, quali ad esempio l’ordine o la puntualità.”
I benefici attesi: verso l’esterno e verso l’interno.
“Questo è un progetto che si rivolge soprattutto all’esterno, nasce per impattare principalmente sulla società. Ha una prospettiva di crescita sociale. Vogliamo far crescere il paese perché se cresce il paese cresceremo anche noi.
È, però, innegabile che l’averlo messo in campo ha portato anche all’interno della Banca alcuni benefici molto concreti, fra tutti un miglioramento della relazione e una maggiore comprensione delle esigenze delle aziende nostre clienti, che per noi sono dei veri partner.
Altro beneficio che viviamo all’interno è l’entusiasmo di noi tutti coinvolti in maniera diversa sul progetto, ne siamo diventati tutti promotori.”
Gli impatti che la tecnologia sul settore bancario: breve riflessione.
“Il digitale sta guidando e trainando una trasformazione fortissima nei processi e negli strumenti, ma è evidente che anche noi abbiamo bisogno di trasformarci, di evolvere le nostre competenze specialistiche. Io sono certo che il fattore umano non scomparirà ma il modo di lavorare è già, e sarà sempre di più, molto diverso. Parlando di me, ad esempio, il mio modo di vedere la banca è cambiato e molto cambierà ancora, ne sono sicuro.
Credo che sia necessario lavorare molto da un lato sui giovani che entrano nel mercato del lavoro ma dall’altro anche su chi lavora già all’interno delle aziende. Avremo sempre più bisogno di rafforzare ad esempio la capacità di adattarsi e di saper gestire il tempo, per non subire la tecnologia ma indirizzarla verso i nostri bisogni e quelli della clientela.”
“Worth Partnership Project”
Intervista di Sara Giunta a Ubaldo Spina business manager, ricercatore e industrial designer, primo mentor italiano di WORTH Partnership Project
da ipsamagazine.it
- Ha da poco tempo preso il via la 3° call di WORTH Partnership Project, tra i benefici di cui godono le partnership selezionate in ogni call sono compresi percorsi di coaching e mentoring personalizzato da parte di specialisti ed esperti come te. Prima di addentrarci nell’iniziativa, e nelle attività che all’interno di questa svolgi, ti chiederei di raccontarci il tuo lavoro.
Sono un Ricercatore e Industrial Designer, mi occupo principalmente di design management, business development e processi di sviluppo prodotto all’interno del CETMA (Research and Technology Organization). Svolgo attività di accompagnamento d’impresa in progetti di R&S e in servizi di innovazione design-driven, progetti nella maggior parte dei casi finalizzati allo sviluppo di prodotti di nuova generazione mediante servizi avanzati nelle fasi di pianificazione strategica, progettazione concettuale, engineering, prototipazione e tutela. Parallelamente coordino la sezione Design de “Il Giornale dell’Architettura”, curando le rubriche “SOS Design” (Design per l’emergenza) e “Professione Designer”, e scrivo per alcuni magazine nazionali.
- Quali percorsi formativi e professionalizzanti sono propedeutici e utili per poterlo svolgere?
Il mio percorso nasce all’interno del Politecnico di Milano, grazie al quale ho beneficiato di una formazione universitaria incentrata sulla progettazione di prodotti industriali. Senza una formazione tecnica è difficile aprirsi con consapevolezza e professionalità a tematiche più estese e trasversali come quelle che abbracciano la gestione d’impresa, l’economia, la sostenibilità ambientale e la comunicazione nel settore delle industrie creative. Per tale ragione consiglio sempre di formarsi nei corsi di laurea in design & engineering per poi spaziare con specializzazioni post-laurea in management, marketing, comunicazione e proprietà intellettuale. Il percorso inverso è quasi sempre improbabile.
- Rispetto alla tua professione, quali gli attuali trend/opportunità professionali? Nuove competenze e nuove capacità derivanti dall’impatto delle nuove tecnologie?
La professione del designer è in costante evoluzione. Curo una rubrica su “Il Giornale dell’Architettura” dedicata al tema e intercetto da più fronti la preoccupazione relativa ad una trasformazione digitale del ruolo e delle competenze. Tale preoccupazione è particolarmente sentita da coloro che si sono formati come “product designer” e che ora si ritrovano a dover reinterpretare l’approccio progettuale. Le principali opportunità professionali, a mio avviso, derivano oggi dalle traiettorie imposte dall’Internet of Things, che stanno rivoluzionando gli oggetti da statici a dinamici, da silenziosi a interconnessi, da funzionali a smart. Il designer, in questa tendenza, dovrà assorbire nuove competenze in materia di integrazione di tecnologie, sensori in particolare, e di analisi delle dinamiche di interazione con il mondo fisico (lettura, esperienza, trasmissione, etc.). Se qualcuno vuole approfondire, consiglio vivamente di leggere l’articolo “Saremo tutti fusionisti (tra il sogno e l’aria fritta)“.
- Come hai incontrato Worth? Cosa ti ha spinto a farne parte?
WORTH è una meravigliosa opportunità, il più grande incubatore virtuale d’Europa. Sono fiero di farne parte, considero innanzitutto questa esperienza un percorso di formazione personale e non solo una semplice attività professionale incentrata sull’erogazione di competenze ed esperienze a team informali di talenti con idee brillanti. Sono lieto di essere stato il primo italiano a ricoprire il ruolo di mentor. In tutta sincerità, da europeista convinto, la motivazione principale ad impegnarmi in questa avventura è stata quella di riaffermare lo spirito comunitario, la collaborazione tra eccellenze in un campo dove, a livello mondiale, l’Europa ha sempre fatto scuola e attratto studenti e professionisti da tutto il mondo. Vedere gruppi di giovani dialogare sui progetti e sul futuro dell’Unione è la ricompensa più grande, oltre a tutto quello che imparo dalle loro splendide menti e dalla loro straordinaria apertura al bello e all’innovazione.
- All’interno del programma tu sei uno specialista che offre percorsi di mentorship su misura per valorizzare ulteriormente le partnership e promuovere il successo dei progetti. Ci descrivi operativamente il percorso di accompagnamento e in particolare il tuo lavoro e il tuo supporto? In che fase si inserisce all’interno del processo?
Un mentor non si sostituisce, ma si affianca. Un mentor non decide per il team, ma accompagna i partner verso la soluzione che rappresenta il compromesso migliore in termini tecnici e di valorizzazione economica. La mentorship viene attivata fin dall’inizio, al fine di creare sintonia relazionale e di obiettivi. Uno degli aspetti che considero rilevanti in questo ruolo è l’intervento in situazioni di conflitto e in alcune situazioni stagnanti che possono compromettere il rispetto della tempistica imposta dalla call. Dal punto di vista tecnico, un mentor deve essere in grado di fornire possibilità e soluzioni derivanti dall’esperienza.
- Quali sono, in base alla tua esperienza, ma anche guardando complessivamente ai risultati che con le varie edizioni Worth sta raggiungendo, i fattori che determinano la buona riuscita delle partnership che si formano e quindi dei progetti che hanno maggiore potenzialità di andare sul mercato?
Dal mio punto di vista, il primo fattore di successo è la perseveranza. Tutte le idee hanno un potenziale, molte si arenano perché il fattore “difficoltà” emerge e fagocita il fattore “entusiasmo”. Alla lunga questo tipo di situazione porta il progetto all’insuccesso. La buona riuscita del progetto dipende anche dalla chiarezza dei confini di intervento imposti all’interno delle partnership. Un aspetto di grande rilevanza è la capacità di individuare step di sviluppo/prototipazione raggiungibili, evitando il perseguire soluzioni perfette e definitive che difficilmente potranno essere acquisite nei termini imposti dal progetto.
- Quali i maggiori bisogni, in termini di gap di competenze e conoscenze, rilevi in generale nel tuo lavoro di business developer e, in particolare, che hai rilevato rispetto ai progetti che sono nati in Worth?
Negli ultimi anni, come tendo spesso a ripetere nel corso delle mie relazioni, l’aspetto tecnico è stato fortemente ridimensionato rispetto all’aspetto commerciale. Le incognite sul business sembrano essere, per molti team, molto più critiche rispetto alle problematiche di funzionamento del prodotto, con particolare riferimento alle tecnologie integrate. Nell’era di una conoscenza tecnica fortemente condivisa e accelerata da soluzioni ICT, il bisogno principale è essere supportati nell’individuare modelli sostenibili di valorizzazione economica dell’idea. Ho “accompagnato” t-shirt intelligenti, sgabelli e gioielli nella call precedente. Il bisogno principale è stato quello di analizzare i costi di produzione, sviluppare le catene di fornitura e rendere evidente al potenziale consumatore il valore intrinseco del prodotto.
- I trend nel mondo “fashion” a livello economico dichiarano una crescita del settore certamente, ma parlano anche di alcune difficoltà, fra tutte la proprietà del prodotto o l’ascesa di nuovi mercati tanto competitivi. Dal tuo osservatorio privilegiato, quali i più rilevanti trend di innovazione e qual è l’impatto della tecnologia, oggi elemento distintivo anche nell’ambito fashion&lifestyle, sul mondo della formazione e delle professioni?
Partiamo dalla “proprietà” del prodotto. Non possiamo immaginare un futuro della moda legato alle logiche di possesso attuali. Se fino a pochi anni fa, il prodotto usato era destinato a fasce di popolazione meno abbienti o a depositi gestiti da organizzazioni religiose e non profit, ora il capo d’abbigliamento sarà soggetto a fenomeni di condivisione, trattamento, recupero che necessariamente prevedranno più passaggi tra fruitori e produttore. Non escludo si arrivi a prodotti a tempo, un po’ come accade nel settore delle calzature antinfortunistica, la cui usura decreta la necessità di sostituzione. La tecnologia monitorerà lo stato di molti prodotti della moda, in particolare in termini di performance. I semilavorati per la moda, dai tessuti alle pelli, saranno sempre più permeati di tecnologia (ad esempio fibre, sensori, filamenti), al punto da renderli parte attiva nell’effetto finale di stile (colori cangianti, illuminazione, etc) e benessere (controllo sudorazione, purificazione aria, furto, etc). Il “fashion tech designer” sarà chiamato ad evolvere la moda, portando l’abito a trasformarsi gradualmente da concetto di stile per coprire e proteggere le nudità a strumento collaborativo per vivere e viaggiare. Il mondo della formazione dovrebbe iniziare a ripensare percorsi che vadano in questa direzione.
Il WORTH Partnership Project è il progetto finanziato dal programma Cosme dell’Unione Europea che ha lo scopo di favorire lo sviluppo di prodotti innovativi legati al mondo della creatività attraverso la creazione di partnership transnazionali tra designer e PMI. Coinvolge 28 stati (Regno Unito ancora compreso) e altri 11 stati associati al Cosme.
La prima call, della quale racconteremo i vincitori, ha coinvolto 18 paesi europei e ha dato vita a 58 partnership internazionali.